About the Nordic style

Il mese scorso lamentavo una fase di normalizzazione del sound nordico: ora sarò puntualmente smentito per via di questa selezione di lavori risucchiati da una quaterna di artisti nordici veramente interessanti, due dei quali sono probabilmente misconosciuti ai lettori. Si tratta di musica che spazia in rapporti compo-improv, nella melodia, nell'improvvisazione jazz e nella ricerca sonora.

La più apprezzata degli artisti che vi propongo è la cantante e musicista Maja S.K. Ratkje, promossa in passato anche su queste pagine grazie al progetto eccellente delle Spunk (vedi qui il mio articolo). La Ratkje ha appena pubblicato un nuovo lavoro dal titolo Sult (Rune Grammofon R.), traduzione norvegese di Hunger, romanzo scritto nel 1890 dal più famoso scrittore scandinavo in termini di popolarità al di fuori anche dei confini norvegesi, ossia Knut Hamsun. Maja si serve oltre che della sua voce, anche di una piattaforma strumentale formata da un organo a pompa modificato, oltre a tubi di policluro di vinile e metallici, una tavolozza a cinque corde ricavata sul top dell'organo, un arco e delle percussioni (sia metalliche che in vetro), che vengono utilizzate all'occorrenza. Il perché la Ratkje abbia operato sul romanzo di Hamsun è presto detto: una commissione per il Norwegian National Ballet, un'immersione ottocentesca tentata per simulare il clima delle vicende di Hamsun, che in quel romanzo trattava delle delusioni pesantissime di uno scrittore ridotto al lastrico (vedi qui il trailer dell'opera).
Per come è costituito musicalmente, Sult è piuttosto romantico, ma sempre provvisto di belle soluzioni: la voce calda ed armoniosa della Ratkje si pone al servizio di un ambiente non stereotipato, dove l'organo si colloca auralmente negli intorni di quello splendido organo che accompagnava le canzoni di Robert Wyatt in Old Rottenhat, sebbene la Ratkje viri spesso verso reminiscenze di Bach o di fiabe progressive; anche l'oggettistica di supporto prima delineata gode di un'ottima distribuzione sonora, funzionale allo svolgimento scenico, una circostanza che rende possibile andare oltre un'ottica di ascolto normalizzata ed ascoltare la cantante sporgersi verso limiti musicali e canori. Hunger scorre benissimo, svolge un ruolo narrativo efficiente, facendo venir voglia di capire che cosa viene raccontato nel romanzo: non ho letto Hamsun, ma mi sono procurato velocemente il suo libro e andrò a leggerlo al più presto. 

E' un compromesso attraente quello si presenta nel lavoro solista di Stale Storlokken, dal titolo The haze of Sleeplessness, per Hubro M. Storlokken è il tastierista dei Supersilent ed ha una lunghissima fila di collaborazioni con artisti norvegesi importanti, ma The haze of Sleeplessness è di fatto il suo primo album in solo, costruito senza altri interventi, un'addentrarsi in una sorta di liminale atmosfera musicale creata dai suoi sintetizzatori (Minimoog, Prophet T8, Prophet VS, Arp Pro Soloist, Oberhaim Xpander e altri digitali). Quello di Storlokken vuol essere un patto retro-futurista, ossia utilizzare suoni di tecnologie di epoche diverse per trovarne dei contenuti collegabili: il risultato umoralmente scansiona la progressione temporale dei sintetizzatori, che gradualmente si sono trasformati da strumenti pensati in chiave melodica a veri e propri software, pozzi ricercati di suoni; i primi pezzi (Prelude, Orange Drops) del cd (con un taglio stilistico che va verso il Mike Oldfield d'annata) lasciano spazio ai climi più obbliqui ed isolazionisti (Stranded at Red Ice desert, Turbulence), per poi giungere ai feedback introversi e le macchinazioni ritmiche dance digitali (Skyrocket hotel, Nitro Valley). Alla fine tutto funziona molto bene, perché suoni e melodia sono calibrati sempre nell'ottica del piacere e godimento del prodotto sonoro: Storlokken capitalizza anni di esperienza in materia e senza dubbio, può considerarsi come uno dei protagonisti delle nuove tendenze del rock mondiale in capo a questo nuovo secolo di modificazioni degli obiettivi della musica; forse The haze of sleeplessness sfrutta un'argomento battuto (l'ipnagogico) e lascia la sensazione che non sia stato fatto il massimo, ma è anche vero che pochi musicisti sono in grado di restituire un equilibrio sonoro come il norvegese. 

La ricettività nordica in relazione ai temi ambientali è qualcosa che entra anche nell'arte: la neonata Motvind R, per esempio, si batte per un coerenza sociale che spesso viene accantonata non appena manifestazioni e supporti provengono da enti ed imprese contradditorie sul tema. Il rifiuto si esprime in forme esplicite, soprattutto nei confronti delle ditte petrolifere che sorreggono un potere che si considera minaccioso in molti sensi. Lo Spacemusic Ensemble di Is okay okay is certified è un intelligente e stuzzicante concetto di improvvisazione condotta sui binari di un rinnovamento delle coscienze, e c'è una straordinaria sassofonista che lo ha concepito, indagando sullo spazio creativo della musica: la danese Signe Krunderup Emmeluth è un talento che va scoperto assolutamente, perché suona il suo sax alto con una forza e perizia incredibile. Prima di avventurarvi negli schemi di Is okay okay is certified, sarebbe utile sentire (e vedere) un paio di esibizioni caricate su youtube della danese, in cui emergono tutte le sue capacità, parenti degli schizzi migliori di Brotzmann o Parker (vedi qui e qui), dico parenti perché la Emmeluth ha un suo timbro e un suo fraseggio. 
Nel ben più tranquillo Is okay okay is certified è un pò più difficile trovare spazi rapidissimi e duri, ma il tipo di sperimentazione seguita è in grado comunque di restituire certe progettualità, idee distribuite in 3 cds pieni di suoni e parole da interpretare; sono lunghi pezzi lasciati all'improvvisazione del momento che toccano condensazioni sonore che ricordano in qualche modo il jazz inglese, le costruzioni mentali di Canterbury, il reading letterario, il vocal style atipico di Wyatt, pillole di canto e chitarra sperimentale, elettronica disorganizzata da synth e molti effetti estemporanei ricavati dagli strumenti. In definitiva, un bellissimo progetto di relazioni. 
Questi i musicisti: 
Signe Emmeluth - saxofon/komposition and text
Rohey Taalah - vocal
Andreas Winther - drums/synth
Karl Bjorå - guitar
Heida Karine Johannesdottir - tuba/effects
Anja Lauvdal - piano/synth

Per la Sofa R. viene pubblicato Off the coast, secondo cd del trombonista norvegese Henrik Munkeby Nørstebø assieme al musicista austriaco Daniel Lercher. Il norvegese ha fatto parte del validissimo gruppo dei Skadedyr e si è impegnato in molte validissime collaborazioni con improvvisatori e sound artists, mentre Lercher è un esperto di programmi musicali ed un musicista avvezzo alla sperimentazione tramite analisi che insistono sugli spettri, sulle filtrazioni dei rumori e sulle frequenze di risonanza. Il primo lavoro dei due musicisti risale al 2014 (era Tx_X), già espressione di una ricerca concentrata su un particolare studio del trombone dinanzi al mezzo digitale: grazie alle possibilità dello spettro è possibile processare i suoni del trombone, e riqualificarlo attraverso onde sinusoidali, risuonatori e filtrazioni; in tal modo si trovano miglioramenti o similitudini, che possono ritornare in qualche modo sullo strumento e dare un senso specifico anche sul versante artistico. Off the coast è ancora più maturo, perché sfrutta una dimensione aurale esclusiva, quella dell'essere in mezzo ad una porzione di mare rivolto all'Oceano: per molti musicisti il contatto naturale è essenziale, suonare in mezzo ad un micro/macro mondo sonoro di contorno, aiuta la creatività e cesella l'esperienza. Ciò che succede nei 4 pezzi di Off the coast è una concentrazione apparentemente abulica di un giro in barca intorno a Sula, un'arcipelago di isole al largo di Trondheim, abitato da pescatori: oltre a Nørstebø e Lercher gli invitati sono l'arpista Julie Rokseth (per via di una wind harp, un'arpa particolare a 19 corde, che inizia a suonare quando prende vento), e l'ottantenne Aksel Johansen, un pescatore del posto che viene immortalato in un canto popolare grazie ad una registrazione di campo. Ciò che viene fuori, dunque, è un affresco modernissimo di suoni, un pezzo di mondo in cui il trombone e l'arpa riportano in studio lo schema aurale vissuto sulla barca, condividendo lo scenario con un tessuto di pulsazioni ritmiche e di modificazioni in grado di non essere invadenti sull'acustica generale. 
Il 7 marzo scorso Nørstebø ha pubblicato sulla sua pagina bandcamp anche una nuova versione di Sula (Stillverk), una sorta di adattamento in studio che però tradisce un pò il fattore naturale essendo più costruzione e soprattutto manca del lavoro di revisione sull'arpa e sulle contrazioni digitali. 


Subscribe to receive free email updates: