Adorno e le sue Variazioni sul jazz


La Mimesis ha da poco pubblicato un volumetto di circa 150 pagine, che raccoglie le traduzioni in Italiano di tutti gli scritti specifici che Theodor W. Adorno ha effettuato sul jazz: si tratta di 7 testi che prendono in considerazione il pensiero estetico-musicologico del tedesco sull'argomento, in un arco di tempo che va dal 1933 al 1953, comprendendo anche recensioni di libri dell'epoca (l'American Jazz Music di W. Hobson e Jazz, Hot and Hybrid di W. Sargeant) e risposte critiche (Adorno, in Replica a una critica a "Moda senza tempo", controbatte l'asperità delle tesi contrarie di Joachim-Ernst Berendt). Corredato da una prefazione di Giovanni Matteucci e una postfazione di Stefano Marino (entrambi studiosi e docenti universitari di filosofia ed estetica a Bologna), Variazioni sul jazz. Critica della musica come merce ci permette di ritornare sulle origini del jazz e su una parte considerevole della sua storia seguendo un filo logico che gran parte della critica jazz ha da sempre ritenuto velenoso e non confacente alla realtà; nonostante i cambiamenti intervenuti sui generi (dagli spirituals al free jazz), Adorno non cambiò mai idea sulle qualità del jazz, ritenendolo un prodotto regressivo della musica popolare in cui era difficile salvare qualcosa; con un'analisi tecnica sviscerata nel dettaglio e quella filosofica a supporto, Adorno demolì il jazz, ritendolo "..un pezzo di cattiva arte applicata...". Inutile dire che gli scritti rigorissimi del tedesco si mettevano in contrasto con l'intero mondo musicale, sebbene godessero (e hanno goduto) di un rispetto sovradimensionato poiché le opinioni provenivano dal massimo esponente della logica musicale europea (Adorno era anche un compositore oltre che un filosofo della musica). Marino, nella parte finale del libro, insinua il fatto che Adorno avesse dato dei giudizi sulla scorta del jazz ascoltato negli anni trenta in Germania, jazz che di fatto era nettamente più povero di contenuti rispetto a quello statunitense, una circostanza che personalmente faccio fatica ad accettare per due motivi: uno scaturisce dalla lettura attenta dei testi del tedesco che supportano un tenore delle analisi (siamo negli anni trenta) indicative di una conoscenza piuttosto approfondita di quanto stesse producendo il jazz in quegli anni (si parla, con minore sarcasmo, di armonizzazioni derivanti dal classico e marce militari, opportunamente trasferite nella musica); un secondo motivo ha a che fare con l'espatrio forzato dovuto al nazismo, perchè nonostante fosse stato esiliato negli Stati Uniti e avesse artisti importanti del settore jazzistico, non sembrò cambiare di una virgola la sua posizione critica. 
La verità è che Adorno cominciava a scontrarsi con quanto la realtà della filosofia e della critica musicale determineranno compiutamente decenni dopo: il jazz, così come le altre musiche popolari, trovano conforto in un circolo di difensori che si stacca come gruppo autonomo rispetto alla musica colta, confortato da una propria visione della musica. Adorno non ammette conciliazioni tra i gruppi, poiché il suo grave errore è quello di partire dalla filosofia della musica e non ammetterne una sua fenomenologia. Sarebbe stato veramente curioso capire che cosa avrebbe potuto dichiarare sulla libera improvvisazione, che molti critici vedono pure come sviluppo del jazz: per essa sarebbe stato difficile dimostrare che i musicisti fossero degli ingranaggi della società o dei soggetti emancipati sia rispetto alla musica (per via dell'utilizzo di vere e proprie linee di composizione) sia rispetto alla condizione politica, sociale ed economica (il movimento degli improvvisatori liberi è sempre restato in un incredibile limbo di conoscenza). Se le visuali vengono espresse solo dal versante tecnico, senza uno studio dei contenuti emotivi (che è difficile ma possibile), si rischia di cadere negli equivoci: anche la musica popolare, nel suo essere latente sulla tecnica, può produrre gesti, suoni o teatralità, elementi semplici che "restano" e condannano la complessità. Solo negli ultimi trent'anni i filosofi della musica hanno cominciato a capire che è necessaria anche una filosofia dell'ascolto, che può sorprendere con la sua oggettività; formare una didattica adeguata dei fenomeni dell'ascolto musicale può essere in grado di eliminare le differenze di pensiero, dando le giuste intuizioni per evitare gli pseudos usati da Adorno per il jazz: vale per il passato e ancor più per il presente.


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